Palazzo San Gervasio

palazzo
Situato sulla cima di un piccolo dosso nei pressi dello spartiacque tra il bacino dell’Ofanto sul versante adriatico e quello del Bràdano sul versante ionico, quasi al confine con la Puglia, fino all’unità d’Italia quasi la metà del suo territorio era ricoperto di una foresta lussureggiante i cui ultimi lembi sono rappresentati dal Bosco di Santa Giulia, in continuità con il bosco di Banzi, dove è possibile, almeno nei tratti più interni, riconoscerne l’antica bellezza. A qualche chilometro dall’abitato, ai margini del bosco, c’è un campeggio e un piccolo lago artificiale dove è possibile pescare. È possibile visitare il bosco di Santa Giulia (circa 700 ha) a cavallo partendo da uno dei centri di equitazione della zona.

STORIA


Il territorio risale all’ultima era geologica, e cioè al Neozoico o Era Quaternaria, circa un milione di anni fa; esso era un tempo ricco di foreste e di selvaggina. Nel 1860 il tenimento aveva ancora un’estensione di 2385 ettari; dal disboscamento, effettuato in epoche diverse, si è salvato in parte il bosco di S. Giulia, mentre le altre contrade sono oggi tutte coltivate e irrigue. Abbelliscono il territorio celebri fontane: Fontana Grotta, Fontana del fico, Fontana del Sambuco, Acqua della Stizza, Cervarezza e Pilone Fontetusio.
Studiosi e viaggiatori come Racioppi, Douglas, Malpica e altri, hanno definito “storiche” le acque di Palazzo sia per il torrente Valero dove, secondo la leggenda, sarebbero state sepolte le spoglie del Console romano Valerio, sia per l’acquedotto, fatto costuire da Erode Ateniese (36 km), che convogliava le acque della Fontana Grande dai piedi del Palatium alla cittadina appula di Canosa.
Il nome deriva da Palatium, riferito al castello, Sancti Gervasii, del santo milanese la cui venerazione fu qui importata da coloni veneti. All’epoca normanna risale la costruzione di un primo fortilizio destinato a palatium regio, sulla sommità della collina dalla quale si dominava la vasta pianura paludosa. Il palazzo viene ristrutturato come luogo di delizia e di caccia da Federico II. Le lussureggianti foreste del territorio, infatti, sono ricchissime di selvaggina: cervi, daini, cinghiali, caprioli, lepri e volatili di ogni specie, e offrono il ristoro di limpidissime acque sorgive. Il sovrano vi favorisce l’impianto di masserie regie, con allevamenti di bovini e ovini, di cavalli di razza murgese e araba destinati alle milizie imperiali e di stalloni da monta di “razza reale”. Gli Angioini restaurano il castello perché possa meglio rispondere alle funzioni di scuderia reale. Nel 1434 il Palazzo diventa feudo di Cobella Ruffo, cugina della regina Giovanna II. In questo periodo vengono edificate intorno all’impianto fortificato delle casette per il personale dipendente. Questo primo agglomerato urbano ha al centro una chiesetta dedicata a S. Gervasio. Le prime case sono costruite nella parte sottostante il castello secondo un ordine ascensionale. Nel 1507 il feudo ritorna alla regia corte che lo dà al conte Nicola Maria Caracciolo, marchese di Castellaneta; in seguito viene assegnato ai Grimaldi e ai De Marinis di Genzano.
Nel Settecento, in seguito all’aumento demografico e alla messa a coltura di nuove terre, il borgo seicentesco si espande in direzione del crinale a partire dalla biforcazione all’altezza della chiesa di S. Sebastiano fino a quella del Ss. Crocifisso, originando una serie di piccoli quartieri costituiti da case comuni, ancora per la maggior parte basse. Nel XIX secolo il paese si arricchisce soprattutto di palazzi: basti pensare a quelli delle famiglie Mancinelli, Lancellotti, D’Errico e Pizzuti.

INFORMAZIONI UTILI

Sulla cima di un conglomerato roccioso posto all’estremo limite dell’abitato, al centro della strada oggi dedicata a re Manfredi, sorge il castello. Pur ampiamente rimaneggiato, esso si segnala per la semplicità dell’impianto e per la sobrietà nell’apparato decorativo.
Di fronte al castello è la chiesa madre di S. Nicola, ricostruita nel XX secolo in stile romanico-pugliese. Essa è probabilmente identificabile con la chiesa medievale di S. Niccolò citata in alcuni documenti come antica dipendenza dell’abbazia benedettina della vicina Banzi.
Continuando lungo corso Manfredi, all’incrocio con via Console Marcello, è la chiesa di S. Sebastiano, risalente al XVII secolo ma ampliata nel 1714 e restaurata nel 1870. La facciata, di forma rettangolare, è incorniciata da lesene poggianti su un alto basamento e reggenti un architrave con decorazioni a metope e fioroni, ed è conclusa da un cornicione.
Uscendo dalla chiesa, sulla destra, in via Console Marcello, è il palazzo Mancinelli, con portale ad arco datato 1757, e balcone con cornici e trabeazione a stucco con motivi floreali. Poco più avanti troviamo palazzo Cancellara.
Riprendendo via Manfredi, in prossimità dei nn. 128-130, a destra, è palazzo d’Errico, appena restaurato, con interessante cortile con scala aperta in pietra; nelle sue 27 stanze conserva alcune volte a padiglione arricchite da affreschi, stucchi e stemmi.
Continuando lungo via console Marcello e svoltando poi in via del Crocifisso, è l’omonima chiesa del Ss. Crocifisso.
Nel piazzale Vincenzo D’Errico, inserita tra case private a due piani, è la chiesa di S. Rocco, fatta costruire a scopo votivo nel 1753 dalla famiglia Lacci, successivamente passata ai Pizzuti e quindi ai D’Errico.
Ritornando nei pressi della chiesa madre, nei pressi di via San Gervasio, è il palazzo Pizzuti con portale datato 1755: anche se molto rimaneggiato, conserva ancora al suo interno un bel cortile.
A circa 4 Km dal centro abitato, ai margini del bosco comunale, è la cappella della Madonna di Francavilla o del Bosco. Il titolo deriverebbe dall’immagine mariana venerata a Francavilla Fontana in provincia di Brindisi. Il santuario è probabilmente identificabile con la chiesa medievale di S. Maria de Sala, antico possesso del monastero di Banzi.
L’attuale fabbrica, ricostruzione tardo-settecentesca di un edificio più antico, è stata recentemente restaurata. La chiesa è costituita da una navata unica modulata da pilastri addossati alle murature perimetrali. L’interno è decorato da lesene e cornici in stucco e l’altare maggiore è in marmi policromi.
Anticamente vi si venerava la statua lignea oggi conservata nella chiesa di S. Maria di Banzi, databile ai secoli XVII-XVIII e raffigurante la Vergine seduta in trono col Bambino benedicente. Attualmente vi si venera una statua lignea più recente della prima, forse del XVIII secolo, conservata nella chiesa madre di Palazzo.