Banzi

banzi
Sulla sinistra orografica del Bràdano, su un dosso dominante l’alto corso del torrente Banzullo, si stende Banzi. Il territorio semipianeggiante è dominato dai campi coltivati a cereali e a foraggio, inframmezzati da colture orticole, vigneti e piccoli oliveti.
La natura dell’intero territorio di Banzi è caratterizzata da depositi di ghiaia e sabbia, residuo del grande lago pliocenico che interessava una grande estensione di territorio nell’area del Vulture.

STORIA

Ben 27 sono i contesti di interesse archeologico localizzati intorno al paese, a confermare l’antichità di frequentazione della zona. Un antico insediamento di genti di cultura apula si organizza dal VI al IV sec. a.C. per nuclei sparsi di abitato, alternati a gruppi di necropoli e a spazi vuoti per orti e per la stabulazione. Resti di abitato, costituito da capanne alternate a sepolture, sono stati individuati in località Piano Carbone, ad ovest dell’attuale paese, e nel centro moderno. Il centro è citato da Livio e da Plutarco poiché nel 208 a.C., proprio nelle sue vicinanze, i consoli M. Marcello e T. Quinzio Crispino furono sconfitti da Annibale.
Più tardi, dopo la fondazione della vicina colonia latina di Venusia (291 a.C.), Bantia entrò a far parte dell'organizzazione romana come municipium. A quest’ultimo fa riferimento la famosa lex o tabula bantina. un frammento della quale è stato rinvenuto nel 1793 in agro di Oppido Lucano, in località Monte Metrone-Lago delle Noci, e ora al Museo Nazionale di Napoli. Altri frammenti sono stati scoperti nel 1963 e nel 1967 e sono conservati nel Museo archeologico nazionale di Venosa e in quello di Potenza. La lex è costituita da una lastra di bronzo riadoperata usando il retro di un’iscrizione latina contenente un brano di una legge giudiziaria romana, la lex repetundarum dell’età dei Gracchi. Sull’altro lato è apposta un’iscrizione in lingua osca ma con caratteri latini, contenente prescrizioni che regolano poteri e carriere dei magistrati e alcune norme relative al processo penale.
Relativa alla fase dell'insediamento daunio preromano è un’area sacra, databile alla seconda metà del IV sec. a.C., in località Fontana dei Monaci a nord-est dell’abitato, in un pendio che digrada verso la valle del Banzullo. L'area sacra si sviluppa in prossimità di una sorgente e si articola in due nuclei distinti. La composizione dei depositi votivi rinvenuti rimanda chiaramente a riti di passaggio dall'età prepuberale a quella adulta. Nel momento in cui i giovinetti diventano adulti, diventano capaci di riprodurre e di produrre con il lavoro e con l’attività militare lo status perfetto di cittadini: di qui gli ex voto costituiti da oggetti agricoli e armi in miniatura, come punte di lancia, cinturoni, un giogo, due accette. Analogamente, con l’inizio dell’età puberale, le bambine indossano un abito “nuovo”, quello di sposa, e affrontano rituali matrimoniali: di qui la presenza, fra gli ex voto, di thymiateria (brucia-profumi), di esemplari di unguentari, di fibule e gioielli in miniatura, di un paio di cosiddette “chiavi di tempio” di ferro, noto simbolo augurale per il parto. Molti di questi reperti sono esposti nel Museo Nazionale di Venosa.

INFORMAZIONI UTILI

Adiacente al centro urbano, in località Montelupino, è il parco archeologico con i resti dell’impianto urbano del municipium romano, composto da resti di strutture abitative e da strade lastricate. In prossimità del cimitero, in località Mancamasone, sono visibili le fondazioni di un edificio abitativo di età ellenistica (fine IV-II sec. a.C.) con vani disposti intorno ad un grande cortile.
Dal corso principale del paese si accede alla chiesa di S. Maria, anticamente annessa al più antico monastero benedettino della Basilicata, che nel 797-98 o, al più tardi, nell’815-16, fu sottomesso dal duca longobardo Grimoaldo III o IV all’abbazia di Montecassino.
Successivamente abitata dai Francescani Riformati, l’abbazia è soppressa nel XIX secolo. Dell’antica fabbrica, che aveva due cortili e un interessante Palazzo Grande, resta parte della facciata d’ingresso con bifora del sec. XIII e una finestra a croce guelfa del XV secolo, e il portale d’ingresso ad ogiva. Oltrepassando l’arco e un androne con copertura a volta, si arriva in un cortile, caratterizzato ancora dalla presenza di bifore: una sull’arco d’ingresso e l’altra sull’estremità destra della facciata. Di fronte ad essa sono delle piccole costruzioni in muratura che facevano parte della badia. In fondo, sulla destra, è la facciata della chiesa, con un portale a sesto acuto che reca uno stemma longobardo e un monogramma benedettino; poco più in alto, sono uno stemma angioino e un bassorilievo in pietra calcarea datato al 1331, raffigurante la Vergine in trono ai cui piedi è il committente, l’abate Domenico da Cervarezza, ricordato nell’epigrafe incisa sul manufatto, e una statua in pietra di S. Gabriele, forse dell’XI secolo. La chiesa attuale, frutto di molteplici trasformazioni, è a navata unica con sei cappelle laterali. La navata è preceduta da un ambiente quadrangolare ottenuto con la chiusura del nartece medievale, al di sopra del quale è collocata la cantoria. Nell’area retrostante l’altare maggiore sono collocati il campanile ed il coro. Dello stupendo mosaico pavimentale realizzato alla fine del sec. XI sono superstiti solo alcuni tratti, raffrontabili con analoghi manufatti meridionali (S. Maria del Patir a Rossano, la chiesa abbaziale delle isole Tremiti).
Nella chiesa si conserva una pregevole icona lignea raffigurante il volto della Vergine, parte superstite di una tavola di maggiori dimensioni, forse danneggiata in seguito ad un incendio. Datata alla fine del XIII secolo, ma con completamenti seicenteschi, è opera di ignoto iconografo meridionale. Da notare sono pure tre tavolette, facenti originariamente parte di un polittico di maggiori dimensioni anticamente posto sull’altare maggiore della chiesa e successivamente rimosso e smembrato.
Le tre tavole, sistemate su un pannello di tek, raffigurano la Madonna con Bambino, S. Pietro e S. Giovanni Battista. Al centro la Vergine, seduta, porge il seno al Bambino; a sinistra, S. Pietro è raffigurato con il libro aperto e le chiavi nella mano destra. S. Giovanni Battista, a destra, è vestito di pelle di capra e manto rosso, simbolo del suo martirio; nella mano destra regge il libro e la croce, mentre con la sinistra indica il Messia.
All’incrocio dei bracci è una piccola teca ovale, contenente la reliquia della Vera Croce. Essa è costituita da pezzi di epoca diversa assemblati tra il 1578 ed il 1608: del XIII secolo, ad esempio, sono gli elementi in cristallo, mentre al pieno Cinquecento è databile la base circolare in argento su cui poggia il tronco di piramide.
Nell’attuale sagrestia si conserva una delle sculture in legno dipinto più antiche della Basilicata, datata al sec. XIII.